Tradizione e mito

La potenza degli archetipi: cosa raccontano davvero i tarocchi

2 settembre 2026 9 min di lettura
La potenza degli archetipi: cosa raccontano davvero i tarocchi

Quando appoggio una carta sul tavolo, la prima cosa che vedo non è il futuro. È un volto. Il Matto con il fagotto in spalla e il cane che gli morde la calza, l'Eremita con la lanterna alzata nel buio, la Torre che si spacca sotto il fulmine mentre due figure cadono. Chi mi sta davanti le guarda, e quasi sempre dice la stessa cosa: «questa la conosco». Non ha mai aperto un libro sui tarocchi. Non ne ha bisogno. Riconosce qualcosa che ha già dentro, e che aspettava solo un'immagine per farsi vedere.

È da lì che vorrei partire. Intorno ai tarocchi c'è molta confusione, fra chi li teme e chi ci crede troppo, e la confusione toglie forza a una cosa che invece ne ha tanta. Non è una forza magica. È più antica e più semplice: è la forza delle immagini che tutti gli esseri umani, in ogni tempo, hanno usato per raccontarsi la vita.

Cos'è un archetipo

La parola viene dal greco: archè, l'origine, e typos, l'impronta. Un'impronta originaria, una forma prima delle forme. Fu Carl Gustav Jung, nella prima metà del Novecento, a darle il senso con cui la usiamo oggi. Studiando i sogni dei suoi pazienti, e poi i miti, le religioni e le fiabe di popoli che non si erano mai incontrati, notò che tornavano sempre le stesse figure. Non le stesse storie, ma le stesse forme dentro storie diverse.

La Grande Madre che nutre e che divora. Il Vecchio Saggio che compare quando il cammino si fa buio. L'Ombra, cioè tutto quello che di noi non vogliamo vedere e che ci segue lo stesso. Il Viaggio dell'eroe, con la partenza, la prova e il ritorno. La Morte come passaggio, non come fine. Jung le chiamò archetipi e disse una cosa semplice e vertiginosa: non le impariamo. Le portiamo con noi, come portiamo la forma delle mani. Sono il patrimonio di una specie, non di una cultura.

Un archetipo non è un'idea, e non è un simbolo che si impara a memoria. È più vicino a un gesto che il corpo sa fare da solo. Sappiamo cosa vuol dire partire senza sapere dove si va. Sappiamo cosa vuol dire perdere qualcosa che non tornerà. Sappiamo cosa vuol dire attraversare un periodo scuro e uscirne diversi. Lo sappiamo prima delle parole, e per questo quando lo vediamo raffigurato ci fermiamo.

Il mito, che è la stessa storia raccontata mille volte

Ogni popolo ha i suoi miti, e a guardarli da vicino si assomigliano in modo impressionante. Un uomo lascia la casa. Incontra qualcuno che gli dà uno strumento o un consiglio. Affronta una prova più grande di lui. Scende in un luogo oscuro, gli inferi, il ventre della balena, la selva. E risale, cambiato, con qualcosa in mano che prima non aveva.

Lo raccontano i Greci con Orfeo che scende a cercare Euridice, e con Ulisse che attraversa dieci anni di mare per tornare. Lo raccontano i popoli del Nord con Odino, che resta appeso nove notti all'albero del mondo per conquistare le rune, cioè la conoscenza. Lo raccontano i Maya nel Popol Vuh, con i due gemelli che scendono a Xibalba, il regno dei signori della morte, giocano la partita e ne escono trasformati in sole e luna. Lo raccontano le fiabe che ci leggevano da bambini, dove c'è sempre un bosco, sempre una casa dove non si dovrebbe entrare, sempre un ritorno.

Le facce cambiano, la forma no. Ed è questo che il mito fa per noi: dà un nome e una forma a un passaggio che tutti, prima o poi, attraversano. Chi conosce la storia sa che quel buio ha una geografia, che ha un dentro e un fuori, e che dal buio si esce. Il mito non predice. È una mappa di quello che gli esseri umani hanno già attraversato.

Le ventidue carte come un alfabeto

Gli Arcani Maggiori sono ventidue, e non è un numero messo lì per caso. È una sequenza, e la sequenza racconta lo stesso viaggio del mito, una tappa alla volta.

Si parte dal Matto, che ha il numero zero perché non è ancora nessuno: è chiunque di noi quando comincia qualcosa senza sapere dove porta, con poco nel fagotto e molto entusiasmo. Poi si incontrano le figure che danno forma alla vita: il Mago, che ha sul tavolo tutti gli strumenti ma non ancora l'esperienza per usarli; la Papessa, che custodisce ciò che non si dice e insegna che non tutto si capisce leggendo; l'Imperatrice, che è la terra fertile, il corpo, la natura che cresce da sola; l'Imperatore, che è la struttura, la regola, il confine che protegge. Il Papa, che è la tradizione e chi ce la trasmette.

Poi vengono gli incontri e le scelte. Gli Amanti, che nei mazzi antichi non sono una coppia romantica ma un bivio: un giovane fra due strade, e in alto qualcuno che sta per tirare una freccia. Il Carro, che è la volontà che parte, con due cavalli che tirano da parti diverse e vanno tenuti insieme.

Poi le prove. La Giustizia con la bilancia, la Ruota che gira e non chiede il permesso, la Forza, che nei tarocchi non è un uomo armato ma una donna che apre con calma le fauci di un leone. L'Eremita, che si ritira con la lanterna. L'Appeso, che sta a testa in giù e sorride: ha smesso di lottare e da lì vede il mondo capovolto, cioè lo vede per la prima volta. E poi la carta numero tredici, che nei mazzi più antichi non aveva nome scritto e che chiamiamo Morte: la falce che passa, e quello che cade per fare spazio.

Infine la discesa e la risalita. La Temperanza che versa l'acqua da un vaso all'altro e la mescola. Il Diavolo, che non è il male ma il legame che non vediamo: le due figure ai suoi piedi hanno le corde larghe, potrebbero andarsene, e restano. La Torre, che è il fulmine che spacca una struttura diventata troppo rigida. E poi il cielo che si apre: la Stella che versa l'acqua nel fiume sotto un cielo sereno, la Luna con i suoi due cani e il gambero che risale, il Sole con i due bambini, il Giudizio con la tromba che sveglia chi dormiva, e il Mondo, la danzatrice nella ghirlanda, che è il viaggio compiuto.

È lo stesso cammino del mito, lettera per lettera. Le carte sono un alfabeto con cui quella storia si può leggere una parola alla volta, e appoggiare sul tavolo davanti a una persona.

Perché le immagini funzionano dove le parole non arrivano

C'è una cosa che ho imparato in studio, e che i libri dicono con parole più difficili. Quando chiedo a una persona «come stai», la risposta è quasi sempre «bene», oppure una lista di cose da fare. La parola passa dalla testa, e la testa è brava a difendersi.

Un'immagine no. Un'immagine arriva prima, da un'altra porta. Se metto sul tavolo la Torre e chiedo «cosa ci vedi», la persona non può rispondere «bene». Deve guardare, e dire cosa le viene. E qui succede la cosa più interessante che vedo in questo lavoro: la stessa carta non dice mai la stessa cosa a due persone diverse.

La Torre, per uno, è la catastrofe che teme da mesi. Per un altro è la liberazione da una struttura che gli stava stretta, il muro che finalmente crolla. Per un altro ancora è un ricordo preciso, una casa, un giorno. Non è la carta a decidere. È lo sguardo di chi la guarda. E in quello sguardo, quasi sempre, c'è la cosa che la persona sapeva già e non si era ancora detta ad alta voce.

Cosa faccio con le carte, e cosa non faccio

Qui devo essere chiaro, perché è il punto in cui molti si allontanano, e altri si avvicinano per il motivo sbagliato.

Io non leggo il futuro. Non credo che una carta sappia cosa succederà giovedì, e non lo prometto a nessuno. Non uso le carte per dire a una persona cosa deve fare, chi deve lasciare, se deve accettare un lavoro. Chi cerca questo, da me non lo trova, e glielo dico prima di girare la prima carta.

Quello che faccio è sedermi con la persona davanti a una stesa, e chiederle cosa vede. Io conosco la storia delle ventidue figure, e so da dove vengono; lei conosce la sua, e sa dove sta. Nel mezzo, fra la storia antica e la sua, nasce un discorso che da soli non si sarebbe fatto. Alla fine non c'è una risposta. C'è, spesso, una domanda migliore di quella con cui la persona era arrivata.

Per questo nel mio studio le carte stanno accanto alla riflessologia e ai fiori di Bach, e non al posto di nulla. Il piede racconta il corpo, dove si tiene la fatica e dove non arriva il respiro. I fiori raccontano l'emozione, quella di oggi. L'archetipo racconta la storia in cui una persona si sente dentro, e a che tappa del viaggio crede di essere. Sono tre linguaggi per la stessa domanda: come stai, davvero, adesso. E tre linguaggi che si correggono a vicenda, perché il corpo non mente, l'emozione cambia, e la storia che ci raccontiamo a volte è più vecchia di noi.

La potenza, che sta nel riconoscersi

La potenza degli archetipi non è magica. È più semplice, e più grande. È la potenza di sentirsi parte di una storia che l'umanità racconta da sempre, e di scoprire che il punto in cui ci si trova ha un nome.

Chi attraversa un lutto, una separazione, un cambiamento che fa paura, e vede sul tavolo l'Eremita con la lanterna, capisce qualcosa che nessuna spiegazione gli avrebbe dato: quel ritirarsi non è un fallimento, non è una debolezza da correggere. È una tappa, ha un nome da secoli, e altri prima di lui l'hanno percorsa e ne sono usciti con una luce in mano. Questo, da solo, rimette in ordine qualcosa. Non cambia i fatti. Cambia il posto da cui li si guarda.

Se ti incuriosisce, il modo migliore per capire non è leggere altro. È sedersi, girare una carta, e dire cosa ci vedi. Scrivimi, o passa in studio. Le carte sono sul tavolo.

Cristian Bresadola · naturopata e riflessologo
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