Fiori di Bach

Impatiens e la fretta di settembre: quando il calendario riparte prima di noi

7 settembre 2026 7 min di lettura
Impatiens e la fretta di settembre: quando il calendario riparte prima di noi

La prima settimana di settembre ha un rumore riconoscibile. La sveglia che torna a suonare presto, le agende che si riempiono in due giorni, i messaggi che ripartono tutti insieme come se qualcuno avesse tolto un tappo. Fuori è ancora estate: la luce del pomeriggio scalda, in Val di Sole le sere sanno già di legna ma i prati sono verdi. Dentro, invece, il calendario ha già girato pagina. È questa la sfasatura di cui voglio parlare. Non il lavoro, non le scadenze: la distanza fra il tempo del calendario e il tempo del corpo.

Perché il corpo, in questi giorni, cammina ancora al passo di agosto. Ha imparato le giornate lunghe, i pasti senza orario, il sonno che si allunga di mezz'ora. Poi arriva lunedì e gli si chiede di ripartire a pieno regime, come se niente fosse. Non è pigrizia, è inerzia biologica, e ha una sua dignità. Chi arriva in studio in questo periodo lo dice quasi sempre con le stesse parole: «non sono ancora rientrato». Mi piace quella formula. Descrive bene una persona che è fisicamente qui e temporalmente altrove.

Andare veloce non è andare di corsa

C'è una distinzione che provo a fare spesso, e che secondo me cambia il modo di guardarsi. Andare veloce è una qualità. Ci sono persone che pensano rapido, decidono rapido, camminano avanti agli altri sul sentiero e si voltano indietro senza fatica. È il loro passo naturale, e va benissimo così. Andare di corsa è un'altra cosa: è andare veloce contro qualcosa. Contro il tempo che non basta, contro la lentezza degli altri, contro una sensazione di ritardo che non ha una data precisa ma è sempre lì.

Chi va veloce, la sera è stanco e soddisfatto. Chi va di corsa, la sera è stanco e in debito. Ha fatto molte cose e gliene mancano di più. La differenza non sta nella quantità: sta nel rapporto con il proprio ritmo. Nel primo caso la velocità appartiene alla persona. Nel secondo la persona appartiene alla velocità.

La cosa curiosa è che dall'esterno le due andature si somigliano moltissimo. Stessa efficienza, stessa lista di cose fatte. Cambia il dettaglio piccolo: la mandibola, il modo di aspettare l'ascensore, il tono con cui si finisce la frase di chi sta parlando. Le persone che vanno di corsa completano le frasi degli altri. Non per maleducazione — quasi sempre sono persone gentili, brillanti, generose — ma perché la frase altrui, con le sue pause, arriva troppo lenta rispetto al pensiero che è già arrivato in fondo.

Il fiore che Bach trovò in sé

Impatiens è uno dei primi tre fiori che Edward Bach individuò, nel 1928, insieme a Mimulus e Clematis. Bach era un medico londinese di buona reputazione — batteriologo, immunologo — e a un certo punto lasciò lo studio di Harley Street per andare a cercare in Galles e nel Norfolk quello che secondo lui mancava alla sua medicina: non una risposta al male del corpo, ma un modo di accompagnare lo stato d'animo della persona che quel male lo attraversava.

Impatiens glandulifera è una balsamina, pianta alta, con fiori dal rosa al violaceo, che cresce lungo i corsi d'acqua. Il nome scientifico è già un racconto: impatiens, impaziente, per via dei baccelli che a maturazione scoppiano al minimo tocco e sparano i semi lontano. Non aspettano. Non c'è un momento di stasi fra il pieno e la dispersione. Chi ha provato a sfiorarne uno lo sa: la pianta reagisce prima che tu abbia deciso di toccarla.

Si racconta — e Bach stesso lo lasciava intendere nei suoi scritti — che questo fosse il suo tratto. Un uomo rapido, impaziente con la lentezza altrui, che riconobbe il proprio ritmo nella pianta prima ancora che nei suoi assistiti. È un dettaglio che trovo onesto e che dice qualcosa del metodo: i fiori di Bach non nascono da un laboratorio, nascono da un uomo che ha osservato prima sé stesso.

Che cosa fa e che cosa non fa

Qui devo essere chiaro, perché è il punto dove si genera l'equivoco più comune. Impatiens non fa andare più piano. Non è un freno, non è un sedativo, non ha nulla a che vedere con il rallentare. Se qualcuno lo prende sperando di diventare una persona diversa, contemplativa, che si siede sulla panchina a guardare le foglie, resterà deluso.

Quello che il fiore accompagna, nell'esperienza di chi lavora con questi rimedi, è il ritorno del proprio ritmo. La velocità resta, se quella è la natura della persona. Cambia il fatto che smette di essere una corsa contro. Torna a essere un passo. Detto in altro modo: non riduce la quantità di cose, restituisce la proprietà del tempo. Chi va veloce continua ad andare veloce, ma senza quella sensazione di essere spinto da dietro da qualcosa che non ha volto.

E qui vale una precisazione che faccio sempre, anche quando sembra superflua. I fiori di Bach sono un accompagnamento dolce a uno stato d'animo. Non sono un farmaco, non sostituiscono nulla, non si occupano di malattie. Se dietro l'irrequietezza di settembre c'è un affaticamento che non passa, un sonno che si è rotto da mesi, un dolore che si ripete, la prima porta è quella del medico. Su questo non c'è ambiguità: il mio lavoro comincia dopo, e accanto.

Quando la fretta è invece un peso: un cenno a Elm

Non tutte le urgenze di settembre si somigliano. C'è una variante che vale la pena distinguere, perché confonderle porta fuori strada.

Impatiens è l'irritazione di chi è più rapido del mondo intorno. Elm è la sensazione di chi è sommerso: persone competenti, che di solito reggono benissimo, che a un certo punto guardano la mole di cose da fare e sentono cedere qualcosa. Non è impazienza, è temporaneo scoraggiamento di chi si scopre non all'altezza di una responsabilità che fino a ieri portava senza pensarci. Bach lo ricavò dall'olmo, un albero grande, di quelli che fanno ombra a un cortile intero. Nella tradizione europea l'olmo è pianta di confine e di soglia, albero da piazza e da radura. Un albero che regge molto. Ed è precisamente a chi regge molto che quello stato d'animo si presenta.

La distinzione pratica è semplice. Chiedersi: la sera sono irritato o sono schiacciato? Nel primo caso il mondo è troppo lento. Nel secondo, il carico è troppo grande. Sono due esperienze diverse, e possono anche alternarsi nella stessa settimana.

Il metallo, il polmone e la pazienza dell'autunno

Nella medicina tradizionale cinese la stagione che si apre appartiene all'elemento Metallo, e l'organo di riferimento è il Polmone, con l'Intestino crasso come suo compagno. È la stagione della raccolta e del lasciare andare: si porta dentro quello che serve, si lascia cadere il resto, come gli alberi fanno con le foglie senza fatica apparente.

Il Metallo ha a che fare con il ritmo del respiro. Inspirazione, pausa, espirazione, pausa. Quattro tempi, non due. La fretta lavora esattamente sulle pause: le accorcia, le elimina, trasforma il respiro in un movimento continuo e superficiale. Chi va di corsa respira alto, di clavicola. Lo si vede prima ancora di parlarne, dal modo in cui le spalle si alzano.

I temi che la tradizione associa a questa stagione sono la pazienza, l'ascolto, l'accoglienza dell'imperfezione, il valore del vuoto. Sono precisamente i quattro punti su cui la fretta inciampa. Non lo dico come coincidenza mistica: lo dico perché è utile. Settembre chiede un modo di stare che è l'opposto di quello che il calendario impone. Non è colpa di nessuno, ma vale la pena saperlo.

In studio, quando lavoro sui piedi in questo periodo, l'area del diaframma è spesso la prima a raccontare qualcosa. Non è una lettura clinica e non lo sarà mai: è un punto di contatto da cui la persona, quasi sempre, tira un respiro più lungo senza che glielo si chieda. È un momento che mi piace, perché il respiro arriva prima delle parole.

Restituire, non aggiungere

Il calendario maya di questi giorni parla di parola bella, di voce, di poesia — la Stella che risuona. Non ci costruisco sopra teorie. Mi colpisce solo che sia un tempo di raccolta e di voce insieme: raccogliere, e poi dire. Due gesti che chiedono entrambi una pausa in mezzo. La fretta toglie proprio quella.

Allora l'invito, se posso chiamarlo così, è di una modestia estrema. Non fare meno cose. Non organizzarsi meglio. Solo, una volta al giorno, accorgersi di quale delle due andature si sta tenendo. Veloce o di corsa. È una domanda che dura tre secondi e che, in genere, ha una risposta immediata e onesta.

Se in queste righe ti sei riconosciuto — nella balsamina che scoppia al primo tocco, o nell'olmo che regge e a un certo punto si stanca di reggere — passa in studio a Trento o in Val di Sole, oppure scrivimi. Si parte da una chiacchierata, senza fretta. Che poi è già metà del lavoro.

Cristian Bresadola · naturopata e riflessologo
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