Naturopatia

Equinozio in valle: la luce che si pareggia e il respiro che cambia passo

22 settembre 2026 8 min di lettura
Equinozio in valle: la luce che si pareggia e il respiro che cambia passo

La sera del 22 settembre accade una cosa piccola. Uno esce, magari per portare fuori la spazzatura o per chiudere le imposte, guarda l'ora e sono le sette. Ed è già buio. Non quel buio pieno di gennaio, un buio ancora tiepido, con l'aria che profuma di erba tagliata da poco. Ma è buio. E allora si torna dentro con una sensazione che non è tristezza e non è stanchezza: è più un "ah, ecco".

Il corpo l'aveva capito prima. Se ci pensate, da una decina di giorni vi girate nel letto verso le sei del mattino e non vi svegliate più come prima. Oppure dopo cena vi si chiudono gli occhi sul divano alle nove e mezza, cosa che ad agosto non succedeva. La testa registra il cambio quando vede l'orologio. Il corpo lo registra quando cambia la luce, e la luce cambia da settimane, un minuto e mezzo al giorno, in silenzio.

Il giorno in cui la bilancia sta ferma

Equinozio vuol dire "notte uguale". Aequus nox: la parola è vecchia, viene dal latino, e dice esattamente quello che accade. Dodici ore di luce, dodici di buio, o quasi. È uno dei due momenti dell'anno in cui la bilancia sta ferma a metà, prima di inclinarsi dall'altra parte.

Tutte le tradizioni agricole hanno segnato questo punto. Nelle nostre valli l'equinozio d'autunno cadeva vicino a San Michele, il 29 settembre: giorno di fiere, di conti che si chiudevano, di pastori che scendevano dagli alti pascoli. Michele è l'arcangelo con la bilancia in mano, quello che pesa. Non è un caso che l'iconografia gli abbia messo lì proprio quello strumento, nel periodo dell'anno in cui la luce e il buio si pesano l'uno contro l'altro. E non è un caso che si scendesse: si chiudeva l'alto e si tornava al basso, al riparo, al fienile.

Nella medicina tradizionale cinese questo tempo appartiene al Metallo, e il Metallo governa il Polmone e l'Intestino crasso. Due organi che fanno lo stesso mestiere da due lati opposti: uno prende dentro il buono dell'aria, l'altro lascia andare quello che non serve più. Autunno è la stagione in cui si impara a separare. Cosa tengo, cosa poso. Il contadino che batte il grano fa esattamente questo gesto: tiene il chicco, lascia andare la pula. Il vento se la porta via.

Perché il corpo si accorge della luce prima di noi

C'è una ragione semplice, e vale la pena dirla perché toglie di mezzo l'idea che sia una debolezza personale. Abbiamo un orologio interno, e questo orologio non si regola sul calendario né sulle nostre intenzioni: si regola sulla luce che entra dagli occhi al mattino. È quella la sveglia. Non il caffè, non l'allarme del telefono.

Quando le mattine si accorciano e ci si alza con il grigio, l'orologio riceve un segnale più debole e più tardo. Tutto slitta un po': la voglia di dormire arriva prima la sera, la lucidità arriva dopo la mattina. Chi lavora in valle e parte con l'auto quando il sole non ha ancora superato il crinale lo sente in modo ancora più netto: la montagna ruba mezz'ora di luce buona, e in certi fondovalle d'inverno ne ruba di più.

Questo spiega perché a fine settembre tante persone mi dicono la stessa cosa con parole diverse. Che sono in ritardo su tutto. Che hanno dormito ma non riposato. Che sono "lente". In studio, in questi giorni di passaggio, i piedi raccontano spesso una fatica che non è muscolare: il piede è pieno, un po' gonfio nella parte anteriore, e chi lo porta mi dice che la sera non vede l'ora di appoggiarlo. Io non ci leggo nulla di preoccupante e non ci cerco cause: ci leggo un corpo che ha appena finito una stagione lunga, di caldo e di cose fatte, e che sta cambiando marcia. È un buon momento per ascoltarlo e per lasciargli il tempo.

Se invece la stanchezza è pesante, se dura, se porta con sé altri segni che vi mettono in allarme, la persona giusta è il medico. Lo dico sempre e lo scrivo volentieri: l'equinozio spiega la lentezza di stagione, non spiega tutto.

Anticipare la luce, non rincorrerla

L'accompagnamento più semplice che conosco per questo periodo non costa niente ed è la luce del mattino. Non "prendere il sole": stare fuori, o affacciati, nei primi novanta minuti dopo il risveglio. Dieci minuti bastano per iniziare, e valgono anche se il cielo è coperto, perché quello che serve non è il calore, è la quantità di luce, e all'aperto è comunque enormemente più alta che dentro casa.

Il modo che funziona meglio è agganciarla a un gesto che già fate. Il caffè sul balcone invece che in cucina. Il cane portato fuori dalla porta e non solo fino al cancello. I duecento metri a piedi prima di salire in auto. Se dovete decidere fra dormire venti minuti in più e uscire venti minuti prima, in questo periodo dell'anno l'uscire fa più differenza sul sentirsi svegli, perché ricalibra l'orologio invece di rimandare il conto.

E poi la sera l'operazione contraria: abbassare. Non spegnere tutto alle nove, che è irrealistico e diventa un'altra cosa da fallire. Abbassare: una lampada invece del faretto, il telefono lasciato in un'altra stanza per l'ultima mezz'ora, la cena non troppo tarda e non troppo abbondante. L'antico gesto della sera, in valle, era il focolare: luce bassa, calda, e le facce intorno. Non era igiene del sonno, era quello che c'era. Funzionava.

Sugli orari, una raccomandazione sola: muoverli poco alla volta. Un quarto d'ora ogni due o tre giorni, non un'ora di colpo la domenica. Il corpo accetta gli spostamenti graduali e resiste agli strappi. Questo vale per il sonno e vale, in generale, per tutte le cose che decidiamo di cambiare in noi.

Il respiro lungo, che è il lavoro della stagione

Se il Metallo governa il Polmone, l'esercizio di stagione è il respiro. E non intendo respirare "profondo", che di solito porta la gente a gonfiare il petto, alzare le spalle e fare più fatica di prima. Intendo respirare lungo.

La differenza è tutta nell'uscita. Provate così, da seduti, con la schiena appoggiata e le mani in grembo: inspirate dal naso senza forzare, contando mentalmente fino a quattro; poi espirate, sempre senza forzare, contando fino a sei o sette, lasciando che l'aria esca da sola come esce da un palloncino che si sgonfia, non spingendola. Cinque o sei respiri così. Poi tornate a respirare normale e state un momento a sentire com'è il corpo.

Quello che di solito accade è che le spalle scendono di un dito, la mascella si allenta e il pensiero rallenta. Il perché è semplice: l'espirazione lunga parla alla parte di noi che si occupa del riposo. Non è suggestione, è meccanica. E si può fare in coda in tangenziale, prima di una riunione, o alle undici di sera quando si è a letto con la testa ancora accesa.

Il tempo migliore, secondo l'orologio della tradizione cinese, sarebbero le prime ore del mattino, quelle che appartengono al Polmone. Se vi capita di essere svegli presto in questi giorni, invece di combattere il letto: cinque respiri lunghi alla finestra aperta. È un modo di dire buongiorno alla stagione invece di litigarci.

L'imperfezione come metodo

C'è una parte di questo discorso che non riguarda gli orari né il respiro, e che secondo me è la più importante. L'autunno chiede pazienza, e la pazienza è una cosa che non si ottiene stringendo i denti.

Mi capita, in questi giorni, di sentire persone che si presentano con un programma. Da lunedì mi alzo alle sei, cammino ogni mattina, cena leggera, telefono via alle nove. Bello. Dura tre giorni. Poi arriva la pioggia, o una sera fuori, o semplicemente la vita, e il programma si rompe. E il problema non è il programma rotto: è la conclusione che se ne trae, cioè che non si è capaci. Quella conclusione fa più danno del divano.

Le cose di stagione si fanno come si fa la legna: un pezzo alla volta, quando c'è il tempo, sapendo che la catasta si alza comunque. Meglio dieci minuti di luce al mattino quattro giorni su sette per due mesi, che un'ora perfetta per cinque giorni e poi niente. Il corpo non tiene la contabilità dei nostri fallimenti. Registra le medie.

Il calendario maya, in questi giorni, sta in una fase che chiamano di introspezione, sotto il segno del Vento: lo spirito che porta lo sguardo dentro le parole vere. Mi piace perché dice bene il gesto di adesso. Non produrre, non decidere, non sistemare. Guardare, e poi dire quello che si è visto — a sé stessi, per cominciare. Il vento fa questo: prende quello che è leggero e lo sposta, e lascia dov'è quello che pesa. Anche noi, in questo passaggio, possiamo permetterci di lasciare andare qualche cosa leggera che ci portavamo dietro per abitudine.

Una cosa sola, per cominciare

Se dovessi scegliere un gesto solo per queste settimane, sceglierei la luce del mattino. È gratuita, non ha controindicazioni che non siano di buon senso, e lavora su un meccanismo vero. Il respiro lungo viene subito dopo, perché si può fare sempre e perché insegna, un poco alla volta, a stare in un tempo che non si può accelerare.

Il resto arriva da sé: più minestre e meno insalate, mani e piedi tenuti al caldo, andare a dormire quando viene il sonno invece di superarlo. Sono cose che le nostre nonne facevano senza chiamarle naturopatia.

Se vi va di parlarne — di come state attraversando questo passaggio, di un piede che la sera non ne vuole più sapere, di un respiro che sentite corto — scrivetemi due righe o passate in studio a Trento, quando avete tempo. Senza fretta: siamo nella stagione della pazienza.

Cristian Bresadola · naturopata e riflessologo
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